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Pillole di psicosessuologia: 2° appuntamento

Focus sull’intersessualità

Ho deciso di dedicare uno spazio particolare al tema dell’intersessualità perché non siamo in molti a conoscerne l’esistenza. E’ utile, inoltre, saperla caratterizzare e distinguere in modo corretto, sospendendo giudizi ed etichettamenti a causa dei quali, purtroppo, il concetto di intersessualità e le persone intersex hanno “sofferto”, in questi anni.

Il primo appuntamento di psicosessuologia potete trovarlo a questo link.

Nosografia ufficiale

Partiamo dalla categoria nella quale, attualmente, la medicina include questa fetta della popolazione.

In ambito sanitario le persone intersessuali vengono fatte rientrare nei cosiddetti “DSD”, Disorders of Sex Development, cioè Disturbi dello Sviluppo Sessuale oppure nelle “VCS”, ovvero Variazioni delle Caratteristiche del Sesso. All’interno di queste categorie sono compresi casi molto diversi tra loro.

Tra le anomalie più frequenti risulta esservi la sindrome da insensibilità agli ormoni (sindrome di Morris), nota anche come “sindrome delle belle donne” – un esempio fra tutte: la modella belga, Hanne Gaby Odiele.

Hanne Gaby Odiele
Le cosiddette “variazioni”

A cosa si riferiscono queste “variazioni”? Le persone intersessuali (anche dette “intersex”) sono individui che, soprattutto alla nascita (ma non sempre), presentano caratteri genitali ambigui, difficilmente catalogabili come nettamente maschili/femminili.

Queste persone non seguono la regola “o maschio o femmina” ed è appropriato, in queste situazioni, far riferimento all’espressione “persone non binarie”, perché in effetti non rientrano precisamente in uno dei due generi sessuali. Per esempio, i bambini che nascono con la sindrome di Morris, presentano cromosoma maschile (XY) ma sviluppano caratteri sessuali femminili; ciò accade a causa di una insensibilità dell’organismo agli effetti degli ormoni maschili.

Un’altra frequente anomalia che può condurre a sviluppare l’intersessualità è il deficit di steroido 5-alfa-reduttasi 2: si tratta di una rara malattia autosomica recessiva che produce una incompleta differenziazione dei caratteri sessuali maschili.

Esistono ermafroditi, nella specie umana?

L’ermafroditismo, nell’essere umano, è praticamente inesistente: chi nasce con entrambi gli organi sessuali (maschile e femminile), di solito, presenta degli “abbozzi” di caratteri sessuali del secondo sesso ed è per questo che nella specie umana parliamo di “pseudo-ermafroditismo”.

Nel mondo animale, invece, tra gli invertebrati vi sono numerose specie ermafrodite: ad esempio alcuni tipi di lumaca, di cavalluccio marino, di pesci. Alcuni animali hanno entrambi i sessi ma separati; in altri casi, invece, come per esempio l’orata, gli animali nascono con i caratteri di un sesso e, dopo un certo periodo, “passano” all’altro!

foto di Skitterphoto

L’intersessualità, in molti casi, è evidente alla nascita: in altri , questo disallineamento fa la sua comparsa in età puberale. In altri ancora, l’intersessualità non è visibile a occhio nudo, ma viene identificata attraverso indagini genetiche o esami medici (ecografie, …).

Numeri

La statistica ci dice che nel 2017, in Italia, la percentuale di neonati che, alla nascita, presentavano anomalie o ambiguità dal punto di vista sessuale era attorno allo 0.2%: un individuo ogni 4500/5000 era ascrivibile alla popolazione intersessuale. Nella popolazione mondiale, sembra che la percentuale oscilli dallo 0.5 all’1.7% (fonte: Sanità Informazione).

La medicina, quindi, tende a catalogare questa come una condizione “morbosa”, anomala (senza dubbio si tratta di uno status che caratterizza una piccola percentuale della popolazione mondiale). L’eccessiva medicalizzazione di questo tipo di condizione, però, rischia di condurre ad un processo di patologizzazione.

Dobbiamo, quindi, darci la possibilità di osservare l’intersessualità anche da altri punti di vista, al di là delle definizioni di ambito medico o biologico.

Trattamento di riassegnazione chirurgica

Il tema della definizione del genere sessuale attraverso interventi di chirurgia estetica è stato oggetto di rilevanti dibattiti, in questi ultimi anni, anche nel nostro paese.

foto di Domkarch

In Italia, una pratica molto diffusa di fronte a neonati caratterizzati da genitali ambigui è stata, per alcuni anni, l’immediato trattamento di chirurgia estetica durante i primi anni o mesi di vita del paziente in questione. Questi trattamenti chirurgici erano finalizzati a “normalizzare” l’estetica dei genitali di questi minori (spesso neonati), allo scopo di inquadrare in una categoria ben definita il loro corpo.

Ho scelto di virgolettare il verbo “normalizzare” perché la “norma” veniva scelta non dal soggetto intersessuale ma dagli adulti intorno a lui/lei. Quando, per esempio, il corpo del bambino sembrava avere più tratti in comune con uno dei due generi, i medici e i genitori sceglievano quello come genere sessuale prevalente: questo modo di procedere ha condotto numerosi specialisti a praticare assegnazioni chirurgiche del tutto arbitrarie che negavano, di fatto, il famigerato “best interest of the child”.

In età adulta, in un genere percepito come “estraneo”

In non poche situazioni, purtroppo, gli individui sottoposti a questi interventi, si sono poi ritrovati, in età adolescenziale o adulta, a confrontarsi con un’identità di genere discordante con quella che sentivano maggiormente affine a sé.

Questi trattamenti arbitrari, decisi senza il consenso del soggetto in quanto minore, hanno in diversi casi prodotto carichi di insoddisfazione e di infelicità che, a volte, hanno generato intenso disagio psicosociale, sfociando, a volte, in franco disagio di ordine psicologico – psichiatrico.

Oggi tale pratica è altamente sconsigliata: in primis, perché i diretti interessati, essendo in età infantile, non hanno la possibilità di esprimere una scelta personale né di accedere ad un consenso che sia autenticamente informato.

La pratica della riassegnazione chirurgica, inoltre, ha delle importanti ripercussioni sulla vita delle persone e può avere ricadute più o meno reversibili, a volte anche gravi sulla salute psichica e fisica delle persone in questione (può riguardare, ad esempio, questioni relative alla fertilità).

foto di Jelly
Le linee guida

Le attuali linee guida (che potete leggere in inglese QUI) raccomandano un approccio olistico, multidisciplinare e sconsigliano fortemente la messa in pratica di interventi di riassegnazione che non considerino il sentire dei diretti interessati. Ogni persona deve avere la libertà e le informazioni necessarie per poter effettuare una scelta informata e sentita, intraprendendo il percorso che più si attaglia alla decisione intrapresa.

Aspetti psicologici nella presa in carico di persone intersessuali

Come accennato poco sopra, è fondamentale che l’approccio alla persona intersessuale sia olistico e multidisciplinare, che tenga, cioè, in considerazione aspetti medici (ginecologici, andrologici, urologici, genetici, endocrinologici…) ma anche la sfera della salute mentale. Non dimentichiamo che possono essere di grande importanza anche interventi infermieristici, di ambito sociale ed educativo.

Nella presa in carico psicologica, nello specifico, l’utente deve potersi sentire libero di esplorare la propria identità di genere. Per farlo, è indispensabile che l’approccio sia individualizzato e che permetta di indagare il background familiare nel quale il soggetto è nato e cresciuto e le opinioni, le credenze, gli atteggiamenti dei membri del nucleo in merito a questioni relative a orientamento e all’identità sessuale.

foto di Geralt

Altre aree degne di attenta indagine sono l’assetto psicologico dell’utente, l’immagine corporea, le implicazioni etico-legali connesse all’intersessualità.

Come già precisato poco sopra, attualmente non si procede più ad una arbitraria riassegnazione chirurgica a livello genitale: piuttosto è di grande aiuto effettuare una valutazione multidisciplinare durante l’età evolutiva.

In questa valutazione, devono essere indagate le risorse psicologiche dell’individuo, in modo che, in futuro, possa giungere ad una decisione in linea con il suo sentire, anziché basata sul senso del “dovere” o sul desiderio di realizzare le aspettative altrui. Vanno inoltre ben ponderate le questioni che riguardano la fertilità e la possibilità di diventare genitori, considerando anche le tecniche di procreazione assistita e l’adozione.

foto di Jarmoluk
Intersex e discriminazione

Le persone intersex, specie in età evolutiva, sono spesso oggetto di attacchi discriminatori: queste forme di violenza e rifiuto tendono a generare isolamento e a provocare stati d’animo caratterizzati da tristezza, imbarazzo, vergogna, senso di colpa.

Questi comportamenti possono avere un forte impatto sulla vita di queste persone, le quali frequentemente subiscono blocchi a livello formativo (bocciature, scarso rendimento scolastico) e lavorativo. Tutto ciò può arrivare a generare stati di franca ansia e condizioni depressive.

Intervento psicologico

Intervenire a livello psicologico in questo tipo di situazioni è fondamentale, perché un trattamento psicoterapeutico, soprattutto in età precoce, può evitare che il funzionamento globale di una persona venga seriamente compromesso, con esiti a volte drammatici.

Un trattamento psicoterapeutico, inoltre, può essere ottimale anche in altri momenti della vita di queste persone: utile è intervenire con “cicli” di psicoterapia che possono riguardare il singolo utente ma anche i familiari (psicoterapia familiare), interventi, questi ultimi, utili per facilitare l’accettazione da parte dei parenti e la comprensione di meccanismi psicologici non sempre così ovvi e scontati.

Sitografia e bibliografia

Articolo della dott.ssa Giorgia Aloisio, psicologa e psicoterapeuta (Roma).

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