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Riflessione sul tempo … in psicoterapia

Chi ha tempo non aspetti tempo!

Questo è uno dei motti che più di frequente ci guida in questi decenni così immersi nella frenesia e nell’esperienza della realtà più o meno virtuale.

Tempo sfruttato al massimo (e che rende il minimo!)

Spesso siamo portati a considerare “tempo perso” quel tempo in cui non siamo “produttivi”: ed è per questo motivo che l’essere umano odierno ha imparato che “deve” essere “multitasking“.

Mentre stiamo scrivendo un testo rispondiamo a messaggi, email, telefonate, ci prepariamo il pasto e magari organizziamo la prossima vacanza!

Con i tempi così accelerati, il rischio è quello di fare quasi tutto male… E alla fine di esplodere.

Quel tempo ingolfato di cose da fare e di pensieri da pensare, anziché essere produttivo, è un tempo che produce confusione, distress, disagio.

Diamo tempo al tempo…

In ambito psicoterapeutico, il tempo costituisce un elemento fondamentale, sia per il terapeuta che per il paziente.

Direi che in psicoterapia, il tempo è una delle leggi principali.

Nel “contratto terapeutico” (l’accordo tra paziente e terapeuta a inizio percorso), ad esempio, il tempo rappresenta una delle “voci” principali: quanto tempo dura un colloquio, quanto tempo prima è possibile spostare un appuntamento, quanto tempo ci vuole per raggiungere un cambiamento, ….

Se volete leggere qualche ulteriore informazione sul “contratto terapeutico”, potete leggere questo articolo.

foto di Annca

Quanto dura una psicoterapia…?

In psicoterapia non è possibile stabilire a priori quanto tempo durerà una percorso (individuale, di coppia, di gruppo, …) e dobbiamo armarci di “santa pazienza” prima di vedere spuntare qualche cambiamento. E aspettare del tempo…

Tempo “sprecato”? No, se impiegato in modo proficuo a raggiungere un cambiamento rilevante.

La domanda relativa alla durata di un percorso terapeutico, spesso, è una delle domande che ci sentiamo rivolgere durante un colloquio telefonico in cui fissiamo un appuntamento.

Magari il problema è “lì” da lungo tempo e la sopportazione sembra ormai aver raggiunto il limite.

Questa “smania” è comprensibilissima, naturalmente, ma è importante far presente che le faccende che riguardano la psiche, così come i problemi del corpo, hanno bisogno di tempo per essere elaborate, comprese, accettate e smaltite.

L’invito, quindi, è sempre quello di fare spazio, nella propria mente, alla dimensione della pazienza e a quella dell’attesa: per risolvere un problema di natura psicologica servirà del tempo, e certamente una seduta psicoterapeutica non basterà. Nemmeno due!

immagine di xaviandrew

Sedute inutili?

A volte le persone mi riportano la sensazione che venire ai colloqui non porta giovamento e si domandano, in definitiva, se la terapia abbia un senso.

Come spesso accade, dopo i primissimi incontri, le persone vivono sensazioni forti: dopo aver portato i loro problemi, si sentono più leggere e le crisi sembrano come assumere una consistenza diversa.

Dopo i primi colloqui, poi, bisognerà lavorare sia in seduta che fuori dallo spazio terapeutico, e lì “casca l’asino”!

Lavorare su di sé è faticoso, non tutti lo immaginano: alcuni credono che lo psicoterapeuta, al pari di uno stregone, liberi dai problemi senza che si debba fare granché.

Il grosso del lavoro, al contrario, è proprio il paziente stesso che deve farlo, anche passando attraverso dolore, sofferenza, rimpianto, delusione e nessuno può farlo al suo posto.

Quando il tempo in psicoterapia sembra inutile, invece, è utile domandare al paziente se questa reazione costituisca una difesa del paziente stesso che, in modo inconsapevole e automatico, cerca di evitare questo lavoro emotivamente così faticoso.

Mai tenere per sé questi dubbi: si tratta di materiale utilissimo per il lavoro che stiamo facendo, nessun terapeuta si offenderà di fronte a queste comprensibili perplessità.

In terapia è fondamentale che il paziente si senta libero di potersi esprimere a trecentosessanta gradi.

foto di Nile

I tempi “tecnici” dei nostri pazienti

Per concludere questa carrellata di brevi riflessioni sul tempo mi viene in mente che non è sempre banale, per noi psicoterapeuti, comprendere se è il momento “giusto” per fare un intervento, durante una psicoterapia, o se invece sarebbe prematuro (e quindi, controproducente) farlo!

Non troviamo su nessun manuale di psicoterapia o di counseling come riuscire a comprendere se sia arrivato o meno il momento in cui possiamo restituire riflessioni importanti al nostro paziente: tutto dipende dalla nostra sensibilità, dall’empatia che riusciamo a provare per chi ci sta davanti e dal saper immaginare come, un certo contenuto, possa essere recepito.

Coltivare la calma, la pazienza, l’ascolto e riflettere su ciò che potremmo dire ai pazienti sono compiti da non dimenticare mai, nemmeno dopo tanti anni di pratica clinica.

Articolo della dott.ssa Giorgia Aloisio, psicologa e psicoterapeuta (Roma).
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