Le parole che ci rendono liberi

Qualche tempo fa mi ha colpito il pensiero espresso da una paziente che stava riflettendo sulla psicoterapia.
La frase in questione, poi, è stata così tanto stimolante, che ho deciso di scrivere un breve articolo dedicato a questo tema.
Il “casus belli”
La paziente in questione, durante un colloquio psicoterapeutico, aveva mostrato alcune resistenze nel far emergere una problematica che sarebbe stato cruciale poter affrontare.
Nonostante le sue “difese” mi è stato possibile, sempre nel rispetto del suo sentire e dopo un certo numero di colloqui, far emergere l’argomento “tabù” che tanto sembrava preoccuparla.
Il mio intento non era soddisfare una mia curiosità (che può anche esistere in una psicoterapeuta), quanto piuttosto permettere a chi mi stava davanti di lasciar andare le sue personali remore etiche e di vivere certe emozioni più che lecite.
Quando la signora ha preso coraggio e ha esposto la tematica, dopo averla affrontata, visibilmente rasserenata, ha esclamato: “la psicoterapia rende le cose più semplici!”. Le ho sorriso.
Questa dichiarazione ha aperto nuove finestre che ci hanno aiutato a tesaurizzare il lavoro psicoterapeutico effettuato fino a quel momento e a farci sentire soddisfatte del cammino percorso insieme.
La psicoterapia e il suo ruolo “facilitante”
Spesso chi viene in consulenza o è già in psicoterapia ha necessità di tirare fuori temi dei quali ha difficoltà a parlare.
In altri casi, gli argomenti che emergono in seduta sono questioni che non sono mai state condivise con nessuno.
I fatti a cui alludo possono costituire reati (dei quali le persone provano vergogna e vivono, spesso, come se fossero “lettere scarlatte” appese al collo), possono essere piccole/grandi scorrettezze commesse o subite in certi periodi della vita, o ancora, sentimenti ed emozioni mai esplicitati, magari ritenuti in qualche modo “sbagliati”, inaccettabili, imbarazzanti, inconfessabili.
Quando teniamo dentro certi contenuti e qualora ciò accada per periodi di tempo abbastanza prolungati (giorni, mesi o anche anni), questi argomenti diventano psicologicamente “incandescenti”: sembrano bruciare più del fuoco, non ci danno pace, diventano pesanti a tal punto da non poter essere più tollerati. Spesso si tratta di nodi emotivi che più si nascondono e più si ingarbugliano – e ci ingarbugliano.
Alleggerirsi di fardelli gravosi
In questi casi, quando i temi in questione hanno la possibilità di emergere, durante un colloquio, la persona sperimenta una vera e propria “catarsi”, una purificazione, si libera da certi “fardelli” psichici e si sente, di conseguenza, più leggera.

Tiriamo fuori una questione scottante, magari qualcosa sulla quale ci siamo arrovellati e che ci ha fatti sentire profondamente colpevoli … Agli occhi di uno specialista della salute mentale questi stessi fatti possono apparire meno “gravosi” di quanto non sembrino. Come ripeto sovente, nei colloqui, non c’è peggior giudice di quello che abita dentro di noi.
Questo “ridimensionamento”, questa normalizzazione, permette al paziente di iniziare un processo di accettazione che potrà portare, con il tempo e il lavoro psicologico, all’elaborazione di un contenuto che era stato bollato come inammissibile.
A volte, questo ridimensionamento inizia in tempi rapidi, anzi, rapidissimi e cioè non appena la persona ha finito di parlarne.
Quella “enorme faccenda”, covata da tempo e gonfiata di semplice aria, non appena viene condivisa, verbalizzata ad alta voce di fronte alla psicoterapeuta, perde peso, diventa evanescente, quasi trasparente e a volte sembra non esistere più.
Gli psicoterapeuti svalutano le questioni?!
Ho scelto di dare questo titolo provocatorio all’ultimo paragrafo del mio articolo per stimolare la riflessione in modo ironico.
Il punto, infatti, non è di natura valutativa, ma il grande potere liberatorio che può possedere la parola, strumento su cui è basata la psicoterapia. E di quanto spesso possa capitare di ingigantire la rilevanza di certe questioni se “ci covano” dentro senza possibilità di essere “ossigenate”.
La parola pronunciata nel setting e la riflessione congiunta su quanto riferito, permettono al paziente di sentirsi maggiormente sereno e di orientarsi verso scelte più libere e consapevoli.
Spesso pensiamo di essere i soli a provare ansia di fronte ad una prestazione o a pensare con imbarazzo a quella volta in cui siamo inciampati sulla buccia di banana e invece ciascuno di noi, ricco o povero, fortunato o no, sperimenta questi stati d’animo e non c’è proprio nulla di strano né di unico in ciò che viviamo.
Accettiamo senza vergogna ciò che ci accade e ciò che ci capita di provare, perché opporci o elugubrarci su non porta mai a nulla di buono.
Articolo della dott.ssa Giorgia Aloisio, psicologa e psicoterapeuta (Roma).
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