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Zona di comfort oppure no?

Negli ultimi anni si parla spesso di “zona di comfort” (confort zone) e noi psicoterapeuti conosciamo bene questo concetto.
Proverò a spiegare che cosa rappresenta e come si configura a livello psicologico questo tipo di meccanismo.

Comfort (o anche confort, entrambe le parole risultano corrette!)

La parola “comfort” indica comodità, agio, una sensazione soggettiva di piacere che possiamo provare in diverse situazioni e condizioni della nostra esistenza.

Possiamo trovare “confortevole” un divano, la stanza di un albergo o una sala d’attesa, una bevanda fresca durante una giornata torrida, un abito … e molto altro ancora.

foto da Pixabay

Negli ultimi anni, come accennato poco sopra, è molto in voga l’espressione “zona di confort”, che ha una precisa collocazione nell’ambito psicologico.

La famosa “zona di confort” (o comfort)

“Zona di confort” è un concetto che deriva dalla Psicologia delle organizzazioni, una delle numerose branche della mia disciplina che, in questo caso, studia le dinamiche in ambito lavorativo (dinamiche gruppali e individuali).

Ma questa espressione possiamo usarla anche riferendoci all’individuo nella sua soggettività: la “zona di confort” di una persona è quella condizione nella quale il soggetto sperimenta uno stato di quiete, di calma, con ansia ridotta ai minimi termini.

Per qualcuno la zona di confort è il rimanere chiusi dentro la propria abitazione, ad esempio, condizione molto frequente tra diversi tipi di persone: ad esempio gli Hikikomori, argomento al quale ho dedicato un altro articolo che potete leggere cliccando qui.

Al di là della zona di confort

Varcando la zona di confort, come immaginerete o come avrete sperimentato, c’è una zona che non risulta più confortevole per l’individuo, il quale inizia a sperimentare mancanza di controllo e senso di pericolo.

Preferibile rimanere nel confort? Potremmo pensare che la scelta migliore sia questa: niente ansia, niente preoccupazioni, nessun problema.

Nel confort ci sentiamo senza dubbio rassicurati e non abbiamo niente da temere.

Questo panorama, però, a ben vedere, è piuttosto un’illusione.

Restare nel confort

Restare SEMPRE nella zona di confort non ci fa bene: per nulla!

Rimanere fermi laddove sperimentiamo quiete e la sensazione di “avere tutto sotto controllo” è in realtà un luogo in cui siamo letteralmente fermi, bloccati, senza possibilità di andare né avanti né indietro.

Restare nella zona di confort implica il mancato cambiamento e, come tutti sappiamo, tutto muta nella vita di un organismo vivente.

Se proviamo ad opporci al naturale fluire trasformativo della vita rischiamo di scontrarci contro un muro e … farci piuttosto male.

La zona di apprendimento

Tra la zona di confort e la zona percepita come “di pericolo” ve ne è una di mezzo, nota come “zona di apprendimento“.

In questa zona intermedia, un organismo vivente sperimenta una lieve ansia, minor conforto, più movimento: è qui che una persona (o un animale!) può sperimentarsi, provare a mettere “una falange in uno specchio d’acqua” e sapere che effetto fa bagnare un dito e provare una sensazione di freschezza … e confort!

Solo mettendoci in discussione possiamo imparare qualcosa di nuovo: sbagliando, naturalmente, ma anche agendo in modo giusto.

Cambiando ci diamo la possibilità di migliorare, ricordando sempre che non esistono esseri perfetti – quanto meno su questa terra – e che l’errore è parte del gioco della vita.

Psicoterapia & confort

Scegliere di iniziare una psicoterapia significa essere arrivati al punto di sentirci stufi, esasperati, insoddisfatti di vivere nella zona di confort.

Quella apparente impressione di quiete, di equilibrio, sta diventando un “discomfort” e vogliamo mettere in moto qualche nuovo “motore”.

foto da Pixabay

Cosa cambiare, nella nostra vita che, fino a ieri o a sei mesi fa sembrava renderci felici?

Cambiare vuol dire rinnegare ciò che ho fatto in passato? Significa annullare le decisioni intraprese? Tradire i mie cari??

Conosciamo bene questa “terra di mezzo”

Noi psicoterapeuti conosciamo bene cosa voglia dire trovarsi in questi frangenti, cosa implichi a livello emotivo essere in bilico tra il restare nel confort e il desiderio di mettere in discussione quell’immobilismo.

Ogni specialista, in base al proprio orientamento teorico e modo di lavorare, sa che costa tanta fatica cambiare e che c’è sempre, dentro di noi, una parte più o meno residuale che si oppone strenuamente al nuovo, allo sconosciuto, all’esperimento.

Nulla di nuovo, sotto questo sole, almeno per chi svolge la mia professione: un problema scottante risulta invece agli occhi di chi chiede un supporto psicologico.

Proviamo ad affidarci a chi ha studiato, lavorato su di sé e con gli altri. Sentire un “pungolo” che ci spinge al cambiamento e far finta di non percepirlo sarebbe davvero un enorme peccato.

Buona vita.

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Articolo della dott.ssa Giorgia Aloisio, psicologa e psicoterapeuta (Roma).
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