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Cosa fare del dolore

Ognuno di noi porta dentro di sé dolori dal “peso” diverso ma alcune sofferenze sono più complesse da elaborare, rispetto ad altre.

Cosa fare con questo “fardello di sofferenza”?

Gli eventi avversi accadono a tutti – cosa che, a volte, sembriamo quasi dimenticare: indipendentemente dalla posizione sociale, dall’orientamento politico, dal conto in banca o dal lavoro, ognuno di noi sperimenta dolore, sofferenza, stress, durante l’arco della propria esistenza.

Gli eventi dolorosi accadono e, molte volte, senza che noi li si vada a ricercare: ci sono malattie che ci portiamo inconsapevolmente nel nostro corredo genetico e che, ad un certo momento della nostra vita, fanno la loro nefasta comparsa.

foto da archivio personale

Siamo vittime di incidenti nei quali ci ritroviamo a doverci barcamenare, senza aver fatto nulla per “prendervi parte” – siamo al lavoro e mentre serviamo un cocktail a bordo piscina, finiamo rovinosamente a terra con ossa rotte e altri disastri.

Ci sono “crepe” che si vengono a formare di fronte a scoperte che facciamo, a novità con le quali siamo costretti a interfacciarci.

Perdiamo immancabilmente persone a noi care, i nostri amati animali d’affezione … e tanto, tanto altro ancora.

Domande che ci assillano

Può succedere che, dopo un trauma (ad esempio un lutto grave, un incidente domestico), ci si pongano alcune domande: perché proprio a me?

Avrei potuto fare qualcosa per evitare questo dramma? E se sì, che cosa?

Se fosse accaduto in un momento diverso, sarebbe stato meglio? peggio? Avrei potuto avere maggiore forza d’animo?

Avrei potuto trascorrere più tempo con le persone care che oggi non ci sono più? E questo come mi avrebbe fatto sentire, oggi?

Domande di questo tipo è normale che passino per la mente.

Fondamentale, però, è che questi pensieri non diventino assillanti e che comunque ci permettano di lavorare, dormire, vivere: perché qualora ciò non dovesse accadere, è necessario allarmarsi e cercare di porvi rimedio quanto prima.

I pensieri, le preoccupazioni è normale che ci siano, ma non devono diventare ossessioni che ci tolgono il sonno e la voglia di sorridere.

foto da archivio personale

Emozioni alla ribalta

Oltre ai ricordi e alle rimuginazioni connesse al trauma, un altro “problema” riguarda le emozioni che proviamo e che ci portiamo dietro.

Di fronte ad una notizia infausta viviamo stati d’animo spiacevoli (senso di perdita, dolore, amarezza, nostalgia…) che portiamo con noi e che spesso tendono a rimanere di sottofondo, nelle nostre giornate.

Sappiamo tante cose, a livello razionale, come di frequente mi dicono i pazienti, ma poi a livello emotivo è tutta un’altra cosa. E’ come se le emozioni seguissero un percorso tutto loro. Gli stati emotivi sembrano impossibili da arginare.

La mente è una radio sempre accesa

La mente lavora costantemente: anche di notte è attiva, nonostante ciò accada in modo diverso dallo stato di veglia. Ce lo insegna la psicofisiologia, ce lo raccontano il buddismo e la meditazione.

Questa costante attività mentale non vuol dire, però, che alcuni ricordi dolorosi o certe riflessioni debbano ronzare senza sosta nella nostra testa: anche perché questo costante rimuginare non risolve nulla, anzi, complica tutto.

Risarcimenti

Possiamo attrezzarci con richieste di risarcimento: un bambino che nasce privo di una mano, senza che questo difetto sia stato rilevato durante i controlli di routine, è un evento degno di risarcimento, naturalmente, ma quella persona nascerà comunque priva di un arto, magari utilizzerà una protesi.

I suoi genitori dovranno fare i conti con questa mancanza e con un’immagine del figlio lontana da quella che avevano in mente.

foto da archivio personale

Al di là di ciò che possiamo ottenere, di fronte a qualcosa che ci è capitato e che non ci aspettavamo, comunque, dobbiamo “accendere i fari” e lavorarci su: l’evento drammatico è accaduto e dobbiamo “inglobarlo” nella nostra esistenza in modo che non ci faccia “male”.

L’episodio va introiettato ma deprivato del suo potere depauperante.

Accettazione

Quando ci si trova di fronte ad eventi spiacevoli, il primo passo da effettuare è fare i conti con la realtà: il “danno” è avvenuto, non si può più tornare indietro e cancellarlo dal nostro passato.

Il fatto occorso ha guastato il nostro umore, la nostra giornata, la vacanza, la salute e questi sono fatti incontrovertibili.

Lo sappiamo, a livello razionale, ma emotivamente è spesso difficile accettarlo.

Dopo un evento morboso grave possiamo cambiare anche molto, sia fisicamente che psicologicamente: questo cambiamento ci fa sentire “diversi” da come eravamo prima e questa diversità va considerata e lentamente accolta, dentro di noi.

Se invece pensiamo di voler tornare a ciò che eravamo prima di quell’incidente – e magari è qualcosa di irrealizzabile – ci condanniamo ad una frustrazione senza fine, alla quale non c’è rimedio.

Se anche possiamo tornare ad una condizione di “normalità”, dopo un evento traumatico, la nostra “normalità” conterrà comunque qualcosa di nuovo: il fatto traumatico. Quindi, alla fine, ci troveremo in una nuova situazione e non più nella vecchia “zona di comfort“.

La psicoterapia come supporto al processo di accettazione

Chiedere aiuto ad una specialista della salute mentale, in momenti di impasse, può fare la differenza: nessuno può cambiare nessun altro, il lavoro psicologico è a carico del paziente, ma una psicoterapeuta accorta, sensibile, attenta e capace di ascolto può agevolare processi complessi che a volte possono sembrare insuperabili.

Articolo della dott.ssa Giorgia Aloisio, psicologa e psicoterapeuta (Roma).
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