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Il bisogno di riconoscimento

Capita spesso di parlare con amici, conoscenti, parenti o pazienti che sono “a caccia” di riconoscimenti.

La questione, oggi, fa vibrare alcune mie corde…

Il bisogno di sentirsi bravi, competenti, capaci di fare ciò per cui ci siamo formati non è un “delitto”, naturalmente… ma dobbiamo cercare questo riconoscimento in modo che possa davvero contribuire ad appagarci, altrimenti possiamo arrivare a soffrirne non poco.

Quante volte capita di sentire storie in cui si sono fatte scelte, sacrifici, addirittura doni per i quali poi non si è ottenuto alcun riscontro? Cosa pensare di tutto ciò? È insano avere certe aspettative?

immagine da Pinterest
Un esempio privato

Circa una decina di anni fa, dopo un po’ di anni di attività privata, decisi di tentare di entrare nel mondo della sanità pubblica perché era un’esperienza che non avevo mai vissuto e mi era parso interessante sperimentarla.

Partecipai ad un concorso ed entrai in graduatoria. Leggendo i punteggi che mi erano stati attribuiti, mi resi conto che non erano stati valutati alcuni miei titoli e decisi di fare ricorso.

A seguito del ricorso, il mio punteggio fu ricalcolato e la mia posizione venne cambiata: salii in graduatoria e questa “risalita” mi ha permesso, qualche tempo dopo, di essere chiamata presso un servizio pubblico come dirigente psicologa.

Un ottimo risultato?

Fin qui è andato tutto come speravo. Sulle prime mi sembrò un ottimo risultato: proprio quello che mi mancava. Il ruolo dirigenziale mi era parso un traguardo ragguardevole con il quale facevo ancora fatica ad interfacciarmi. Quasi da non crederci, soprattutto perché erano anni che non uscivano possibilità di impiego nel settore pubblico, per noi di area psicologica.

Passa qualche tempo e …

Poi, con il trascorrere delle settimane e dei mesi, non mi ci volle molto a rendermi conto che non solo non ero felice di ciò che avevo così faticosamente raggiunto ma, peggio ancora, ero profondamente insoddisfatta del lavoro che svolgevo e delle tossiche dinamiche incancrenitesi da tempo all’interno dell’equipe del servizio. E naturalmente, chi era arrivato per ultimo, come me, ne pagava ancora di più le conseguenze.

La macchina della sanità era andata avanti e aveva “trovato” me. Non c’era alcun riconoscimento, in questo. Serviva un tappo per un colabrodo. Non molto altro. Una serie di casualità che si erano incastrate.

Che cosa me ne potevo fare di quel titolo di dirigente se ero terribilmente infelice e profondamente pentita di quel passaggio dal privato al pubblico?
Il rapporto di lavoro come “dipendente”, poi, proprio non faceva per me …

Antonello da Messina, Annunciazione
Quello che scottava di più

Last but non least: c’era un aspetto ancora più doloroso che mi scottava e cioè che ero stata proprio io, con le mie sole forze, ad infliggermi quel patimento divenuto incubo quotidiano. Purtroppo per me, il contratto che avevo firmato non mi permetteva di tornare “liberamente alla mia precedente libertà” e quindi mi mordevo le mani per quella firma apposta su quel documento, alcuni mesi prima.

Agonia

Un anno di agonia. Un ambiente angusto, una stanza lugubre in cui era impossibile “accogliere” i pazienti.

Al termine dei dodici mesi ho brindato con immensa felicità e sono tornata gioiosamente a quel lavoro che, fino ad un anno prima, mi sembrava poco entusiasmante. Dopo quell’anno “da lupi”, la mia vecchia professione era più che desiderabile.
Come mai ero arrivata lì dove volevo arrivare e non ero felice come mi sarei attesa?

Riflessioni e sofferenza

Dopo una certa sofferenza, riflessioni congiunte con amici, colleghi e con la mia psicoterapeuta, sono giunta ad un’amara conclusione: quello che avevo cercato attraverso i “sogni di gloria”, la partecipazione al concorso, il ricorso (pure!) e l’impiego nel servizio sanitario, era impensabile cercarlo in quel luogo, in quel modo.

Ciò che avevo inseguito per qualche anno era un riconoscimento del mio valore, della strada percorsa, degli obiettivi formativi raggiunti in anni di studio universitario, tirocini, partecipazione a workshop, convegni, giornate – studio, scuola di specializzazione, esame di Stato, tanti sacrifici di tempo e di denaro… che però passava attraverso il riconoscimento degli altri. Ecco come mai quello status non mi rendeva felice.

illustrazione da Pinterest

Inoltre, non avevo ben chiaro in cosa consistesse il lavoro nella pubblica amministrazione (mai più!) né cosa significasse dipendere da superiori, enti, procedure, burocrazia, ….

Le aspettative

Mi aspettavo che l’inserimento in un elenco di “idonei”, l’assunzione in un servizio sanitario, tutti questi riconoscimenti “ufficiali”, pubblici, queste “patacche” sull’uniforme, mi avrebbero potuto restituire un senso di autentico appagamento. Il punto, invece, era che quel riconoscimento doveva venire da altrove: non da così lontano, ma dal mio interno, da me.

Ero io che dovevo congratularmi con me stessa per tutta la strada fatta e non aspettarmi nulla di tutto ciò da quel raggiungimento. Sarebbe stato tutto più semplice e soddisfacente se solo mi fossi fermata a considerare me stessa e il mio valore.

Tutto serve

Un simpatico proverbio insegna che “tutto fa brodo” e questa esperienza oggi la porto con me, mi ha saputo insegnare molto più di quanto avrei potuto immaginare e, non ultimo, mi ha permesso di conoscere alcune bellissime persone che tuttora frequento con grande gioia.

Ho inoltre potuto approfondire alcune conoscenze teoriche che non mi era capitato di poter fare in passato. E mi sono messa molto in gioco, sfidando tante paure e ambiti a me ignoti.

A volte, quando siamo accecati dai nostri bisogni, la smania di ciò che non abbiamo ci fa fare il giro del mondo quando, invece, ciò di cui avremmo avuto bisogno era proprio lì, ad un passo da noi.

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Il mio attuale onorario, per un colloquio individuale, è di 80 € (ai quali va aggiunta una marca da bollo di 2 €, quindi il costo finale del colloquio è di 82 €); il colloquio di coppia, invece, ammonta a 102 €.

Tutti i colloqui hanno la durata di 50 minuti e, a fine incontro, rilascio ricevuta sanitaria che può essere scaricata al momento della dichiarazione dei redditi in quanto spesa sanitaria.

Per consulenze, psicoterapie o informazioni, mi potete contattare tramite messaggio Whatsapp al 3280194286 o scrivermi a info@giorgiaaloisio.it

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