|  | 

Vivere in uno ‘stato di minorità’

Mi è capitato di incappare in un breve scritto del filosofo settecentesco Immanuel Kant e sono rimasta molto colpita da una riflessione del filosofo tedesco che trovo molto moderna e … di grande acume psicologico.

foto di Negrebets

Lo “stato di minorità”

In un suo articolo dedicato all’illuminismo, Kant spiega che l’illuminismo, in ambito filosofico, rappresenta «l’uscita dell’uomo da uno stato di minorità il quale è da imputare a lui stesso».
Cosa intende Kant per ‘stato di minorità’? Lo spiega qualche riga dopo: «la pigrizia e la viltà sono le cause per cui tanta parte degli uomini […] rimangono volentieri minorenni per l’intera vita».
E prosegue: «È tanto comodo essere minorenni! Se ho un libro che pensa per me, un direttore spirituale che ha coscienza per me, un medico che decide per me sulla dieta che mi conviene, ecc., io non ho più bisogno di darmi pensiero per me».
A questo punto il discorso è chiaro e mi sorge spontanea una domanda: quante persone conosciamo che si trovano in questo stato di ‘volontaria minorità’, di disabilità autopromossa, in una sorta di stadio evolutivo infantile permanente … ?

La zona di “confort”

Mettersi nelle mani degli altri è semplice: tanti parenti, amici e conoscenti sono disposti ad occuparsi di noi, quanto meno in certi ambiti! Ne sono così felici … una vera pacchia per loro!

illustrazione di Brian Kesinger


Circa un mese fa sono rimasta colpita e delusa da una notizia legata al mondo della scuola: a Catania, una professoressa di liceo, commissaria interna agli esami di maturità, ha trasmesso gli argomenti di una delle prove d’esame ai suoi studenti prima dell’esame di Stato. La notizia è raggiungibile qui.

Chi dovrebbe renderci liberi e autonomi…fa invece di tutto per farci rimanere attaccati alla “gonnella di mammà”.

Gli altri al posto nostro

Un genitore che svolge tutte le incombenze del figlio, una moglie che fa tutto in casa perché ritiene che il marito “non sappia fare le cose come le fa lei”… un paparino docente universitario che inserisce la figlia tra le fila dei ricercatori del medesimo ateneo, un laureato che scrive la tesi al posto di un laureando, un marito che infila la propria mogliettina a lavorare nell’ufficio comunale, …
Non solo: pensiamo alle persone che si affidano più o meno completamente a una guida spirituale (figure sacerdotali, santoni metropolitani, fantomatici guaritori) o ad un credo politico … individui che scelgono sulla base di ciò che potrebbe dire un redivivo Karl Marx o un Osho resuscitato.
E, come dice Kant, è anche molto comodo e semplice non occuparci di noi, anziché farlo. Siamo sicuri, però, che non ci siano controindicazioni? Conseguenze non ce ne saranno? Prendiamoci qualche istante per riflettere.

Scelte di campo

È sempre un vantaggio lasciare agli altri la possibilità di scegliere al posto nostro? Cosa accade quando sono gli altri ad occuparsi di noi e dei nostri affari? A chi attribuire i risultati del lavoro, del risultato positivo, del benessere fisico, psichico o economico? A chi gli svantaggi di quelle scelte?
La vita può darci tante soddisfazioni ma come sappiamo è anche costantemente irrigata dal male che, come insegnano filosofia e psicoanalisi, non può essere estirpato.

foto di StockSnap


Tutti viviamo perdite, sofferenze, malattie, delusioni, anche il re d’Inghilterra, senza eccezioni e senza sconti.
Possiamo provare a vivere in modo epicureo, cinico, stoico, ma non possiamo evitare di vivere sulla nostra pelle sensazioni, sentimenti ed emozioni.
Nemmeno vivere sotto una bella campana di vetro può escludere il male dalla nostra esistenza: da quei piccoli mondi dorati dove ci hanno inseriti mamma e papà, fatti di comodità, zuccherini e confortevoli cuscini sarà meglio non uscire mai, o davanti ad un’unghia scheggiata rischieremmo di essere colti da infarti plurimi … a certe eventualità non eravamo abituati, sotto vetro. Anche una biro improvvisamente priva d’inchiostro potrebbe darci il colpo fatale.

Un salto nell’infanzia

Proviamo a pensare a quando abbiamo imparato a fare qualcosa quando eravamo bambini, per esempio andare in bicicletta.
Da bambini, all’inizio, abbiamo inforcato quel trabiccolo con il supporto delle famose ‘rotelle’ che ci aiutavano a restare in equilibrio.

Ogni tanto abbiamo sfiorato il brivido mozzafiato di stare sulle sole due ruote ma, poi, atterrare sulle rotelline di sostegno ha fatto sparire il terrore dai nostri occhi.
Un giorno qualcuno ci ha tolto le rotelle laterali, ci ha accompagnati con una mano sulla spalla per un certo tragitto e poi, ad un certo punto, quel contatto fisico è scomparso e abbiamo incominciato a muoverci sulla bicicletta su due ruote … da soli.

foto di maxmann


Che emozione! Forse ancora la ricordiamo.
Che meravigliosa sensazione di libertà, di benessere, come di … potenza! Magari siamo capitombolati dopo mezzo metro, magari dopo sette secondi l’eccitazione ci ha fatti precipitare in una buca, o la paura ci ha fatto sterzare all’improvviso senza motivo… ma c’è stato un momento in cui abbiamo imparato a muoverci da soli, sulle due ruote, senza sostegni, senza una guida al nostro fianco e abbiamo continuato a farlo … fino a rispondere con convinzione ‘sì’ alla perniciosa domanda : ‘Sai andare in bici?’.

Le “rotelle” tutta la vita

C’è chi, al contrario, preferisce avere le “rotelle” tutta la vita, o il genitore sempre accanto, il medico al proprio fianco, con le loro mani e parole rassicuranti, calde come un altoforno, affabili come i tentacoli di un polipo gigante, avvolgenti come le spire di un boa constrictor.

foto di haim_charbit

Quando sono altri a decidere per noi, siamo costretti a riconoscergli i meriti (e anche i demeriti, ovviamente) ma diventiamo automaticamente spettatori passivi della nostra vita, profondamente dipendenti, schiavi del prossimo. Tutto ciò rischia di trasformare l’esistenza in un noioso film da osservare come estranei e igienici visitatori di un cinema.
Se è il partner a scegliere il nostro percorso professionale, diventiamo delle marionette nelle sue mani e saremo perennemente dipendenti dall’altro, incapaci di buttarci e provare a nuotare anche dove non tocchiamo.
Se papà ci spiana il percorso accademico, non sapremo mai se quel posto da ricercatore o da professoressa universitaria noi lo avremmo ottenuto in ogni caso, grazie alle nostre qualità e ai nostri sforzi, perché siamo professionali e meritevoli. Brutta storia!

Addio indipendenza, addio ebrezza

Procedendo di questo passo, quell’inebriante sensazione di farcela da soli, di essere artefici del nostro destino, quella parvenza di onnipotenza che a volte sentiamo animarsi sotto l’epidermide – quella della bicicletta, per intenderci – non avremo alcuna chance di sperimentarla … Sarebbe come vivere la vita a metà. Forse in un’altra vita vivremo diversamente: sempre che un’altra possibilità ci sia.

foto di Myriams-Fotos


Quando otteniamo qualcosa non perché siamo figli della potente maestra di yoga americana ma perché siamo davvero capaci e affidabili, erigiamo un pezzettino in più della nostra ‘cittadella interiore’ (per dirla con Marco Aurelio): ebbene sì, è in questo modo che si costruisce la famosa autostima, di cui tanto si parla (e straparla!).
È in noi che dobbiamo credere!

Dobbiamo metterci in gioco e trovare il coraggio di affrontare i nostri fantasmi privati, quei mostri che ci vengono a trovare durante gli incubi notturni o che proiettiamo all’esterno sotto forma di fobie, attacchi di panico, ipocondria e molto altro ancora. Dobbiamo provare a “stare” senza la protezione di tutori, di guide, di genitori – reali o surrogati.
Solo in questo modo possiamo rafforzarci psicologicamente e diventare veramente degli individui; è in questo modo che possiamo finalmente scrollarci di dosso lo ‘stato di minorità’ di cui scrive Kant, che non dipende dal compimento del diciottesimo anno di vita ma da una maturazione che significa autentica, piena libertà interiore.

Articolo della dott.ssa Giorgia Aloisio, psicologa e psicoterapeuta (Roma).

© Tutti i diritti riservati

Articoli simili