Lo spazio terapeutico e i “limiti” degli psicoterapeuti
La libera professione, proprio grazie a questa sua intrinseca “libertà”, permette a noi psicoterapeuti (così come a tanti altri professionisti!) di gestire con una certa autonomia i nostri impegni, il nostro modo di lavorare, i tempi, gli spazi, autonomia che in altri ambiti non sarebbe pensabile.
Pensiamo, per fare qualche esempio, alle stanze del Servizio Sanitario, alle camere degli ospedali, agli spazi di un centro diurno.

Dalle poltrone, i cuscini e gli arredi fino alla scelta dei colori delle pareti, l’uso di carta e penna per prendere appunti piuttosto che un tablet, … la libertà è tanta.
Anche la durata di una seduta psicoterapeutica o il numero di colloqui settimanali sono decisi (a volte proposti) da noi e non c’è una istituzione che ci imponga protocolli temporali o altro.
Le scelte svelano (più di) qualcosa di noi
Attraverso queste libere scelte, noi terapeuti trasmettiamo anche qualcosa di noi, del nostro gusto estetico, del carattere, delle preferenze, delle difficoltà (cuscino lombare per chi soffre di sciatica ….!). In quest’area tra noi e il paziente a volte negoziamo, ci avviciniamo all’altro, ci presentiamo al mondo e mostriamo un po’ del nostro cosmo interiore.
Altre volte è il tempo delle nostre sedute che negoziamo con i pazienti: ad esempio, quando ci accorgiamo che 50 minuti sono troppi per lui o per lei, e concediamo alla persona che viene in terapia di arrivare sempre un po’ più tardi rispetto all’orario concordato. Si tratta comunque di piccoli aggiustamenti concordati che possono rendere il lavoro psicologico più fluido e più fruttuoso.
Il numero dei pazienti
Nello spazio terapeutico possiamo anche scegliere quante persone accogliere, a quanti desideriamo aprire le porte dei nostri studi e quando, invece, è saggio “dire di no”.
Le giornate sono fatte di molte ore e se abbiamo uno studio a disposizione (tutto nostro o libero per diversi giorni), volendo, possiamo lavorare parecchio.
Molto. Ottimizzare tempi e massimizzare i guadagni: dopotutto, la libera professione ce lo consente, ma … c’è un “ma” su cui vorrei porre la mia attenzione.
Ed è la questione che bisogna riflettere bene prima di accettare un “ennesimo” paziente nel nostro studio. Ora vi spiego perché.

Quanti pazienti può accogliere una psicoterapeuta?
Se è vero che ad ogni ora (fatta di 45, 50 o 60 minuti) si può accogliere una persona (o due, se si tratta di un colloquio di coppia o con altri familiari), e se è vero che avendo 12 ore disponibili, a studio, in una giornata, si possono incontrare più di dieci o dodici persone, è pur vero che questo elevato numero di pazienti non lo si può gestire tutti i giorni, perché quaranta o cinquanta persone, in una sola settimana, sono oggettivamente troppi.
E comunque incontrare anche sei o sette persone in una giornata implica un lavoro non indifferente da parte della specialista.
Quale lavoro, se si suppone che la psicoterapia sia un lavoro in cui è fondamentalmente il paziente colui che deve investire in termini di tempo, di emozioni e di denaro?
La professione di psicoterapeuta
Svolgere la professione di psicoterapeuti non è semplice: anche per chi, come me, lo ha sempre desiderato, fin dai tempi del liceo, e ha studiato tanti anni per raggiungere questo titolo.
Si tratta di una professione “dispendiosa” in termini psichici, in cui anche noi psicologi facciamo un investimento in termini di tempo da dedicare. Ma non è solo il tempo che dobbiamo considerare.
Nuovi pazienti, vecchi pazienti
Quando riceviamo un paziente che già conosciamo è fondamentale avere libero accesso al nostro magazzino mnestico che conserva tutte le informazioni di chi ci consulta: se è vero che non possiamo ricordare sempre tutto di ciò che ci hanno raccontato i nostri pazienti, è anche vero che è fondamentale poter ricordare una buona fetta di informazioni della persona che ci troviamo davanti, per poterla comprendere e aiutare nel percorso psicoterapeutico che sta affrontando.
Quando si tratta di una nuova accoglienza, dobbiamo saper non solo incamerare informazioni ma riuscire a cogliere sfumature emotivo – affettive evidenti e non, durante le narrazioni di chi ci sta di fronte e non si tratta di un lavoro semplice.
Anche per questo motivo, nella mia pratica, sono solita rileggere gli ultimi colloqui poco prima che una persona già paziente arrivi a studio.
Possiamo non ricordare qualche nome, la professione svolta da un parente di cui la paziente ci ha parlato poco, dopotutto anche noi psicoterapeuti siamo persone!
Ma la memoria ha anche un limite. E lo hanno anche l’attenzione e la capacità attentiva. Ed è per questo che diffido da chi sostiene di poter ricevere un numero esorbitante di persone e di poter svolgere la nostra professione così come dovrebbe essere svolta.
Stare attenti per ore e ore consecutive, magari senza fare una pausa pranzo degna di questo nome, senza poter scambiare qualche parola con qualche collega o prendere un caffè, fare una passeggiata rigenerante … rischia di trasformare il lavoro in un luogo di tortura.

Un paziente dietro l’altro
Probabilmente in alcune professioni può essere accettabile “ricevere un paziente dietro l’altro”, senza pausa: forse lavori più automatizzati, come quelli svolti dai tecnici di laboratorio che devono effettuare lastre o far analizzare vetrini ad un computer. O forse mi sbaglio e non esiste professione con questa caratteristica.
Nel nostro lavoro di sicuro non si può!
Le persone che accogliamo nei nostri spazi sono universi variegati, ricchi di mille sfumature più o meno evidenti, spesso ancora da scoprire per lo stesso individuo che viene in terapia, e tutta questa complessità necessita di essere accolta e percepita con la giusta dose di disponibilità e di “silenzio interiore”.
Quando i pazienti sono numerosi (e, almeno nel mio caso, mi riferisco ad un numero superiore a venti), questa empatica accoglienza rischia di mancare: intanto per una stanchezza nostra, ma anche perché le informazioni, le narrazioni, le vicende dei pazienti rischiano di affastellarsi nella nostra mente, creando anche confusione e dimenticanze.
Il lavoro di psicoterapeuti non lo si può fare in modo grossolano, sbrigativo, raffazzonato: ci vuole sintonia, servono le emozioni, la pace interiore … e non è un gioco da ragazzi. Magari lo fosse …!
L’ingresso di un paziente in studio
All’arrivo nello studio di un paziente che devo ricevere, solitamente, non appena mi trovo sola in stanza (quando ciò è possibile, naturalmente!), provo come a silenziare la mente, mettendo da parte le questioni di chi ho ricevuto prima ma anche cercando di smorzare il peso che le mie personali faccende hanno nella mia vita mentale.
Perché quell’ora è per quella ragazza, quell’uomo, quella coppia che ha riconosciuto di avere un problema e ha trovato la forza di chiedere aiuto, cosa per nulla scontata. Non è sempre banale riuscire a “farsi spazio” tra i pensieri che girano nella mente ma questa è la professione che ho scelto e se continuo a lavorare è anche grazie ai feedback che ricevo ogni giorno e che mi rendono soddisfatta della mia scelta professionale.
__________________________________________

Articolo della dott.ssa Giorgia Aloisio, psicologa e psicoterapeuta (Roma).
© Tutti i diritti riservati – vietata la riproduzione anche parziale
——————————————————-
Il mio attuale onorario è di 80 € (ai quali va aggiunta una marca da bollo di 2 €, quindi il costo finale del colloquio è di 82 €). Ogni colloquio ha la durata di 50 minuti e, a fine incontro, rilascio ricevuta sanitaria che può essere scaricata al momento della dichiarazione dei redditi in quanto spesa sanitaria.
Per consulenze, psicoterapie o informazioni, mi potete contattare tramite messaggio Whatsapp al 3280194286 o scrivermi a info@giorgiaaloisio.it