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A volte … ritornano!

Un percorso psicoterapeutico può fermarsi in due casi: quando viene interrotto e quando si conclude.

L’interruzione di un percorso

Un percorso psicoterapeutico può interrompersi se sopraggiungono condizioni che non permettono di procedere ulteriormente: ad esempio, se emergono elementi che potrebbero compromettere la neutralità della psicoterapeuta o qualora la paziente non se la senta di proseguire il trattamento.

Quando una persona si ferma nel cammino psicoterapeutico e non lo porta a termine in accordi con il conduttore del trattamento, in gergo tecnico diciamo che è avvenuto un “drop out”, che l’individuo si è ritirato prima della conclusione (il paziente è “droppato”).

foto da archivio personale
La conclusione di un percorso psicoterapeutico

Una psicoterapia si conclude quando gli obiettivi del trattamento sono stati raggiunti e il paziente ha in qualche modo ottenuto un equilibrio, uno stato di salute mentale “accettabile” e ha affinato gli strumenti per mantenerlo.

Ricordiamo sempre che la salute è un percorso che va ricercato ogni giorno e che non si perviene mai ad uno stato di salute perfetto, immutabile.

Il congedo

Quando psicoterapeuta e paziente si separano in maniera concorde, una delle due parti o entrambe giungono alla conclusione che il cammino fatto è sufficiente per permettere al paziente di muoversi nella propria vita in autonomia, conoscendo i propri punti di forza e le fragilità che lo contraddistinguono.

Può essere un momento di emozioni, a volte anche forti: riconoscenza, dispiacere, nostalgia e spesso si ha come la sensazione che un legame affettivo forte si stia in qualche modo spezzando (anche da parte di noi psicoterapeuti).

Quando paziente e psicoterapeuta si salutano (sia in caso di interruzione che quando si conclude un trattamento), si prova in ogni caso a lasciarsi aperta una possibilità: quella cioè di poter “fare ritorno”, in futuro, qualora ci fossero le condizioni per riprendere un nuovo ciclo di psicoterapia.

E quindi, a volte, i nostri pazienti tornano a cercarci e a chiedere nuovamente un supporto.

Il ritorno: un nuovo ciclo

Quando la vita ci mette a dura prova e le risorse non ci aiutano a sopportare il dolore o la complessità, se non riusciamo a recuperare gli strumenti che avevamo scoperto di avere o che avevamo acquisito durante il precedente percorso psicoterapeutico, si può tornare a lavorarci su.

Se il rapporto terapeutico, in passato, ha permesso che tra i due elementi della relazione si creasse quella che in gergo tecnico definiamo “alleanza terapeutica”, si fa richiesta alla precedente specialista.

Qualora l’esperienza non fosse stata soddisfacente, si cercano altri specialisti.

Un precedente psicoterapeuta, tuttavia, avendo già avuto modo di conoscere il paziente e la sua storia, è avvantaggiato rispetto ad altri: spesso ha modo di recuperare antichi appunti e conserva una certa memoria della persona che ha seguito.

Il ritorno ad uno specialista noto permette anche al paziente di evitare di raccontare da capo tutta la sua storia di vita.

foto da archivio personale
Riprendere una psicoterapia

Riprendere un ciclo di psicoterapia può essere vissuto dal paziente come una specie di “fallimento”: può sembrare di essere “ritornati indietro”, di aver perso qualcosa lungo il percorso esistenziale, che qualcosa si sia “rotto”, a volte in modo irreparabile.

In questi casi, chiedere nuovamente aiuto può non essere facile.

D’altronde, anche effettuare una psicoterapia non è un percorso semplice: in primis perché il lavoro viene per la maggior parte svolto dal paziente.

Ammettere di essere in difficoltà, dichiararsi “non onnipotenti” e quindi fragili, è un punto di partenza perfetto per risalire la china e mettersi nuovamente in gioco. D’altronde, la vita stessa ci costringe a metterci continuamente in discussione, esattamente come ci chiede di fare una psicoterapia.

Articolo della dott.ssa Giorgia Aloisio, psicologa e psicoterapeuta (Roma).
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