Doc - nelle tue mani: il trauma come rinascita

 

 

Tratto da una storia vera, Doc - nelle tue mani è un medical drama che racconta la storia di Andrea Fanti (nella realtà Pierdante Piccioni) medico del Policlinico Ambrosiano di Milano. Nel reparto di Medicina Interna il dottor Fanti è un primario noto, molto rispettato e a tratti temuto sia dagli studenti che dai pazienti. Un giorno, la sua vita viene sconvolta da un evento che, da quel momento in poi, darà inizio ad una completa rivoluzione dentro e fuori di lui: nella sala d’aspetto del reparto, Andrea viene sorpreso da un’improvvisa visita da parte del padre di un suo giovane paziente da poco deceduto. Il genitore, ancora sconvolto dalla scomparsa del figlio e preda di un lutto inelaborabile, si presenta in ospedale con una pistola e, colto da un impulso irrefrenabile, rivolge l’arma contro il dottor Fanti e spara alcuni colpi. Andrea viene gravemente ferito alla testa e sottoposto a chirurgia d’urgenza; trascorre un periodo di ricovero nel medesimo Policlinico in cui lavorava e pian piano, con le cure necessarie e il trascorrere del tempo, riesce faticosamente a riprendersi. Da quel momento, però, la sua vita non è più quella di un tempo: la mente del dottor Fanti, sottoposta ad un trauma sconvolgente che lo ha confrontato con il rischio di perdere la vita, si è “difesa” dall’aggressione subita e ha reagito al drammatico evento cancellando i ricordi relativi ai suoi ultimi dodici anni di vita.

Il dottor Fanti, ora, non sembra essere più se stesso: Andrea non riconosce più alcune persone e ha rimosso dalla mente i fatti accaduti in quel lasso di tempo … con tutte le conseguenze che ciò comporta.

 

Andrea non è più se stesso … o è più autentico di prima? 

L’amnesia retrograda che ha colpito il medico è invalidante sia per il dottor Fanti che ne è vittima, sia per le persone che gli stanno attorno tutti i giorni: Andrea non ricorda una parte dei colleghi, ha dimenticato quanto alcuni rapporti fossero profondi e quanto, invece, altri si fossero allentati o guastati con il trascorrere del tempo e l’accadere degli eventi. Questa dimenticanza da un lato lo rende vulnerabile, costringendolo a confrontarsi con fatti di grande rilevanza che egli sembra aver, di fatto, “perduto”, dall’altro lato però ciò gli consente di porre le basi per costruire una persona in qualche modo “nuova”, “diversa” da quella che era un tempo. 

  

Andrea riesce via via a ricostruire parte di quella che era la sua precedente vita: il “vecchio” dottore che è stato era un uomo sicuramente più algido e distaccato, con meno scrupoli e minore empatia per il prossimo, e questo precedente modo di essere e comportarsi sembra risultare sgradito al nuovo Andrea, che oggi si scopre un uomo più capace di comprendere, perdonare e aprirsi all’altro, rispetto ad un tempo.

Tra l’altro oggi Andrea non può più essere il medico di una volta: il dottore Fanti, a causa del grave trauma psicofisico, della lunga degenza e delle conseguenze di tutto quello che ha vissuto, ha perso il ruolo apicale di un tempo e ormai può svolgere funzioni mediche minime, nel reparto in cui continua a dare il suo insolito, nuovo ma prezioso contributo. Oggi Fanti non viene più chiamato professore né dottore: i colleghi lo chiamano più semplicemente “doc”. Andrea inizia a ritagliarsi un ruolo tutto peculiare, meno specialistico ma sicuramente più umano e vicino ai pazienti e ai loro cari. 

Doc, inoltre, a causa del trauma, è diventato più disinibito, ha perso alcuni “filtri” e tende a comportarsi in modo più impulsivo rispetto al passato: i colleghi, scherzando, gli dicono che è diventato “un paziente frontale”. Proviamo a comprendere a cosa si riferisca questa particolare espressione.

 

Andrea: il paziente frontale 

L’espressione “paziente frontale” deriva dalla diagnosi di “sindrome frontale” nota anche come “sindrome disesecutiva”: si tratta di una patologia neurologica causata da lesioni cerebrali (in zona frontale o anche altrove) che possono derivare da traumi, neoplasie, demenze, eventi emorragici o ischemici. In questi casi, nei pazienti che subiscono questi eventi, insorgono deficit di natura cognitiva, emotiva, motoria e comportamentale di difficile gestione, anche perché a tutt’oggi non esistono cure ad hoc per questo tipo di disturbo. Nel caso di Andrea Fanti, ad esempio, l’area più colpita risulta quella relativa alla disinibizione, che conduce a scarsa capacità di controllare gli impulsi, tendenza a comunicare ciò che si pensa come se il soggetto, appunto, non avesse freni inibitori capaci di “censurare” parole o comportamenti poco consoni alle varie situazioni. 

 

 Il nuovo Andrea Fanti: Doc

Andrea ha subito un trauma e a livello cerebrale non è più lo stesso di un tempo: declassato (o promosso?) al “rango” di Doc, una figura che sembra a metà strada tra il medico, l’infermiere e lo psicologo, egli continua comunque a frequentare il reparto, ad informarsi sui casi clinici, entra in azione quando i ricoverati manifestano particolari criticità, parla con i degenti e con i loro familiari, è socievole e collaborativo con i suoi colleghi; inoltre, Doc osserva tutto con grande capacità di riflessione e, alcune volte, formula ipotesi diagnostiche e trattamentali che hanno un fondamento e che, spesso, chiariscono idee, diagnosi e contribuiscono alla cura e alla guarigione dei pazienti. Doc è più vicino di un tempo agli specializzandi che frequentano l’ospedale, si interessa alle loro storie personali, cerca di far emergere le loro capacità e favorisce la lode dei loro contributi. Sulle prime, i suoi colleghi non riescono a comprendere “chi” sia diventato, inizialmente lo prendono un po’ in giro, lo osservano con sospetto, lo compatiscono, sembrano non riuscire a riconoscerlo: con il tempo, invece, sono piacevolmente stupiti del nuovo Andrea che si trovano davanti, iniziano ad appoggiarsi a lui, ai suoi consigli, nutrono una rinnovata stima nei suoi confronti.

Nonostante le amarezze legate ad un passato ormai accaduto e quindi non modificabile, nonostante la moglie sia diventata ex e si mostri ostile ad Andrea, Doc inizia a sentire “propri” i nuovi panni che veste, a consolidarsi nella sua autostima e a mostrare un rinnovato e sfacciato coraggio: Andrea Fanti continua ogni giorno a stupirsi e a stupire gli altri con la sua straordinaria capacità di resilienza, il suo non abbattersi di fronte alle difficoltà, a combattere in modo diverso per migliorare sempre di più se stesso e il servizio che svolge sul luogo di lavoro.

 

 

Una breve riflessione sul significato più profondo della storia

Un proverbio che personalmente ritengo, specie negli ultimi anni, davvero molto prezioso, è quello che ci suggerisce che “non tutti i mali vengono per nuocere”: potrebbe forse suonare banale, ma spesso mi accorgo che nella vita di ogni giorno siamo soliti attribuire l’etichetta di “buono” o “cattivo” a fatti sui quali tale attribuzione, a ben vedere, non è poi così ovvia come tendiamo a credere. Al contrario, quello che solitamente viene catalogato come “un male” e percepito come tale, spesso giunge a rivelarsi un’occasione per riflettere, mettersi in discussione se non, addirittura, una chance per migliorare (se stessi, gli altri, le nostre relazioni con il mondo e con gli accidenti): quindi, di fatto, un evento negativo può trasformarsi in qualcosa da cui trarre del “positivo”.

Oltretutto, quando il “male” iniziale si trasforma, ai nostri occhi, in un’occasione di “bene”, riusciamo a sentire metaforicamente il terreno sotto ai piedi e, dal fondo nel quale stiamo – o crediamo di stare – ci sentiamo più forti e più padroni della nostra vita: con queste premesse possiamo ritrovare il bandolo della matassa della nostra esistenza e abbiamo l’occasione di “risalire in superficie” con una leggerezza inaspettata, quasi insperata.

Vivere è anche questo, implica incontrare degli accidenti, scontrarcisi ed essere obbligati a trovare un modo per aggirare, eliminare, superare l’ostacolo. Il bello è che ogni tanto è proprio quell’ostacolo a permetterci, saltandoci su, la libertà e una vita migliore di prima: mettendoci alla prova abbiamo la possibilità di conoscere o ricordare i nostri limiti ma evidenzia anche le risorse che abbiamo, delle quali non sempre siamo consapevoli.

 

 

© 2008-2021 Giorgia Aloisio

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